Molto spesso, quando racconto che lavoro faccio a qualcuno che ho appena conosciuto, in risposta mi sento dire: “Ah, ma allora l’inglese e il francese li parli benissimo”. Suona come una mezza domanda, ma nel tono nasconde un senso di scoramento.
Io percepisco anche qualcos’altro: un po’ di timore, come se la persona che ho di fronte si aspettasse che da un momento all’altro io inizi a interrogare.
Ci ho riflettuto di recente e sono giunta a una mia interpretazione di questo bizzarro fenomeno. Credo c’entri l’esperienza scolastica che queste persone hanno avuto nello studio delle lingue, che non è quasi mai una scelta: programmi da svolgere, verifiche da superare, medie da mantenere, debiti da evitare…

Il trauma che blocca
Mi sono resa conto che anch’io ricordo come scomodo tutto ciò che ho appena elencato, per quanto stessi frequentando un liceo linguistico sperimentale e lo studio mi appassionasse, se non altro per via della mia grande curiosità.
Coloro di cui parlo, però, hanno proprio una enorme difficoltà a lasciarsi andare, a volte perfino in situazioni di svago tra amici in cui sono presenti persone straniere che parlano inglese. Mi danno l’impressione di rivivere una sorta di “trauma”. Un po’ come se si sentissero minacciati da qualcosa.
In casi del genere, la mia prima reazione è sempre di stupore: mi chiedo cosa abbiano da perdere. Di recente, però, ho sviluppato la convinzione che in realtà il concetto di sconfitta non c’entra. Il punto è che non vogliono proprio entrare in partita. Non vedono una motivazione sufficiente per farlo, così come non la vedevano ai tempi della scuola. Sul lavoro, dove non possono tirarsi troppo indietro, si buttano. Ma solo per senso del dovere. Il piacere di (provare a) conoscere una lingua diversa dalla loro se lo sono dimenticati.
Maledetta abitudine
Quante volte mi sono sentita dire: “Ah, come mi piacerebbe imparare il francese!” o “L’ho studiato a scuola, ma poi l’ho perso”…
Dietro a queste frasi di circostanza c’è l’idea che, una volta usciti da scuola, mettersi a studiare una lingua sia un’impresa impossibile.
Tutto questo ha a che fare con l’autostima e la fiducia nei propri mezzi, certo, ma c’è anche altro: l’abitudine a sentire di dover performare, portare a casa un risultato tangibile, misurabile subito. Perfetto. E non si fa mai il passo in più che porterebbe a dirsi: “Vediamo come andrà, intanto mi butto perché ho voglia di imparare, perché posso imparare. Non mi interessa sapere tutto, voglio sapere qualcosa di nuovo“.
Aprirsi e aprire una finestra sul mondo
Chi si ritrova in queste dinamiche del pensiero ha tutta la mia solidarietà: mettersi in gioco in età adulta in qualcosa che non abbiamo mai fatto e che percepiamo come molto complesso non è facile. Però…
Nessuno dei docenti di Lingua Inglese che ho avuto all’università brillava per simpatia o carisma, ma di tutti ho un ricordo ben preciso e tutti mi hanno aperto una nuova prospettiva su qualcosa. Uno in particolare, credo al secondo anno, parlando di varianti dell’inglese nel mondo disse una verità tanto semplice quanto trascurata: “Nella vita, la maggior parte delle volte in cui vi capiterà di parlare inglese lo farete con persone non madrelingua. L’inglese sarà semplicemente una lingua comune“.
Non posso garantire che siano state le sue esatte parole, ma il succo era questo. Oggi posso aggiungere anche che quelle persone potranno avere livelli di competenza diversi, fare errori palesi, creare costrutti che nessun madrelingua userebbe mai, inventare parole. Il punto, però, è un altro: vi capirete. Magari non al primo tentativo, forse con l’intervento di qualcun altro, ma arriverete a capirvi. E sarà bellissimo.
L’approccio che ho nei miei percorsi di lingua, inglese o francese, è semplice: aggiungere competenze, sì, ma soprattutto far sentire coinvolte le persone. Il 2026 sarà un anno importante per me in questo senso. Ho tante idee in mente, e sto facendo ordine per poter proporre un modo nuovo di mettersi in gioco. Continua a seguirmi per saperne di più! La possibilità di prenotare una call conoscitiva è sempre attiva.

